Contributo per una rivisitazione delle ipotesi relative al raffreddamento della crosta terrestre, all'origine del Pangea ed alla migrazione delle placche continentali.

(elaborazione del 2007, in gran parte valida, ma aggiornata in v. Pangea 2014)

 

L'elaborazione vede:
	una Introduzione,
	la Preparazione	
	alcune Figure di base.
Il Contributo vero e proprio è suddiviso in:
	Ipotesi considerate oggi accettabili
	Proposta di modifiche delle ipotesi
	Migrazioni e motori del movimento delle placche
	Conclusione “provvisoria”

(I primi paragrafi, fino alle figure, sono “fuori testo”; sono preparatori e valgono come introduzione. Contengono le motivazioni di questo contributo, le esperienze, gli stimoli, i debiti, i chiarimenti di approccio e di metodo, ecc.)

    A prima vista quanto segue potrebbe sembrare una pazzia. Considerate le diverse ipotesi che introdurrò, qualcuno sarà subito tentato di qualificarmi "visionario", o "di eccessiva fantasia", per non dire "fanatico presuntuoso"; ma potrebbe anche darsi che in mezzo alle idee che vado ad elaborare e proporre si nasconda qualche utile intuizione. Se anche solo una piccola percentuale di ciò che propongo fosse valida, o meritoria di attenzione, sarei certamente soddisfatto.
    Quindi prego caldamente gli eventuali lettori di voler sospendere i sorrisini di scherno, “almeno” fino al termine della completa lettura. Grazie.
    Il testo è diretto a tutti i lettori di media cultura, come me, perciò mi sono sforzato di introdurre i concetti con un linguaggio che certamente farà inorridire qualunque "professore" che per caso inciampi in questo scritto, ma mi piacerebbe che tutti potessero leggere e ben capire.
    Certo, e purtroppo, non riuscirò a spiegarmi sempre con chiarezza!

    Le ipotesi e le deduzioni che cercherò di esporre sono una rivisitazione di una trentennale elaborazione di spunti emersi negli anni dal 1955 al 1985, annotati durante gli studi della crosta terrestre relativi alle ricerche petrolifere di una grande azienda nazionale, alla quale mi onoro di aver partecipato come “geofisico”.
    Grazie alle nuove tecnologie applicate nei rilevamenti di geofisica e geologia negli ultimi 20 anni, nel campo dell’origine dei continenti si è mosso qualcosa, ma a mio parere non abbastanza, e comunque prevalentemente solo in relazione ad eventi e fenomeni circoscritti ad aree piuttosto ristrette; negli ultimi anni ho individuato oltre 30 interventi solo nella sezione “scienze della terra” del periodico “Le Scienze” (American Scientific). Trovo quindi che alcune delle mie vecchie intuizioni/ipotesi di carattere generale, possano ancora essere prese in considerazione ed aggiornate.

    Ovviamente, allora come ora, le mie riflessioni erano e sono debitrici verso tutta la sequela di studiosi di geologia, geofisica, geofisica marina, sismica, gravimetria, magnetometria, ecc. che si sono cimentati in questa materia negli ultimi due secoli, e che qui non posso citare perché solo l'elenco dei più importanti occuperebbe mezza pagina (a partire da Medilcott, attraverso Wegener, fino a Toit, ecc). Senza naturalmente escludere il fondamentale lavoro attribuibile nel suo complesso alle grandi organizzazioni scientifiche e professionali (es. AAPG), nonché alle aziende del settore petrolifero e minerario ed a tutto lo sviluppo tecnologico che attualmente fornisce gli strumenti per cominciare a rivelare in dettaglio certi fenomeni, a verificare certe intuizioni, a modificare certe ipotesi di lavoro.

    Desidero anche richiamare una particolare memoria verso tutti coloro che hanno faticato (alcuni anche cinquant’anni) a convincere il mondo scientifico delle loro intuizioni innovative. Ho sempre considerato i veri scienziati come delle persone dalla mente particolarmente aperta, pronti ad accogliere le novità e le intuizioni degli altri, ma ho anche letto, e verificato, che certe idee prima di "passare" debbono subire anche ampie opposizioni. La qualcosa non è sbagliata di per sé; il progresso è sempre "selezione" e scarto, le uniche cose dannose o ritardanti sono le "posizioni preconcette" di chi non vuole fare, o non vuole più fare, la fatica di ripensare alle cose imparate.

    Naturalmente, per sviluppare e approfondire nei dettagli questa materia, sarebbero necessarie centinaia di pagine, nonché diverse equipe di studiosi specializzati nelle varie tecnologie da coinvolgere. Per ovvie ragioni quindi proporrò solo una sintesi, per lo più "deduttiva", elaborata "per titoli e sottotitoli", cercando di distinguere con i colori del testo, per comodità del lettori, le parti che considero come:

-	ipotesi “generalmente” accettate dagli studiosi, con in grassetto particolari richiami;
-	ipotesi attualmente dominanti, ma comunque secondo me da integrare o modificare;
-	Ipotesi o deduzioni che andrebbero studiate più in dettaglio e/o con maggiore precisione;
-	proposte di ipotesi, più o meno nuove, o comunque non immediatamente condivisibili;
-	(tra parentesi introduco dei commenti estemporanei, che vorrebbero essere chiarificatori).

    Il mio particolare interesse era nato da due sostanziali perplessità:
-	L'origine del "GONDWANA", o meglio del "supercontinente" PANGEA: allora, ed ancor oggi, attribuita ad una “presunta” aggregazione di placche (continentali?) “preesistenti”, di origine e spessori indefiniti.
-	Il "motore" dei movimenti delle placche: attualmente e generalmente ancora attribuiti alle spinte dei “moti convettivi” od alla spinta di altri tipi di movimenti del magma sottostante le placche.
    Le mie esperienze di lavoro mi portarono a non condividere nessuna delle due ipotesi.
    Da qui nacque il bisogno di ricercare “qualcosa di diverso”. È quanto ho fatto.

Le perplessità e i principali “stimoli” (di 40 anni fa) derivavano:

a) Dall’osservazione del nostro globo (v. un buon mappamondo), con particolare riferimento ai “cordoni di basalto del fondo degli oceani”, notoriamente dovuti al raffreddamento del magma al contatto con l’acqua, tutt’ora attivi in parecchi punti: la loro forma, le dimensioni, gli orientamenti, la casualità o meno degli allineamenti correlati con lo scorrimento delle placche continentali, le “brusche” interruzioni nelle loro continuità, le “grandi anomalie” (tipo Hawaii, Islanda, ecc), o le piccole (tipo i vulcani sottomarini isolati). l’apparente rapida velocità di formazione, la “capacità” di raffreddamento dell’acqua rispetto alla elevata temperatura del magma su cui galleggiano i cordoni, ecc.

b) Dall’osservazione delle “tracce degli scorrimenti delle placche continentali” in galleggiamento sul magma: i loro ipotetici differenti percorsi, le diverse collocazioni in rapporto con le velocità di rotazione della superficie del globo (alta all’equatore zero ai poli), i rapporti con l’onda gravitazionale delle maree crostali, nonché la “dimensione” o la eventuale “calma” dei moti convettivi del magma che li avrebbero fatti migrare, ecc.

c) Dall’osservazione del nostro satellite: la sua densità, la gravità, il campo magnetico; la continuità della sua superficie (niente placche?), gli spessori delle polveri, la mancanza di vulcani attivi, i “cosiddetti crateri” con la forma rotondeggiante dei loro contorni e col piccolo rigurgito in centro, le loro dimensioni estremamente variabili, la concentrazione prevalente su di una “faccia”; il tutto compatibile con semplici tracce di “impatti di meteoriti” su superficie relativamente molle, nonché di uno “sciame” proveniente da una direzione preferenziale e concentrato nel tempo. E poi le lentissime velocità di rivoluzione, la faccia sempre volta verso di noi, e specialmente gli effetti delle alterazioni gravitazionali giornaliere esercitate sulla crosta terrestre.

d) Conseguentemente il diverso effetto del medesimo sciame di meteoriti sul nostro globo: differenze di “consistenza”, “raschiamenti superficiali” per impatti tangenziali (“touch & go”), effetti lungo le coste, vulcani isolati, attivi e non, ecc.

e) Dall’osservazione delle figure che affollano gli atlanti e le enciclopedie, ma anche quelle di molti studi di geologia e di geofisica, formate normalmente da immagini con le scale deformate negli spessori, “per meglio spiegare i fenomeni”, ho la netta impressione che questo accorgimento, puramente grafico, se da un lato illustra meglio le idee che si vogliono trasmettere, in certi casi potrebbe anche deformare completamente le realtà da indurre in errore. Per quanto mi riguarda userò solo scale di rappresentazione assolutamente equilibrate.
    Le immagini di pag. 3, 10, 15 e l’animazione sono mutuate da Wikipedia; gli schizzi di pag. 6,  7, le foto dei “crateri” di pag. 17, del modello lunare di pag. 19, sono mie ed elaborate al computer con parecchia imperizia e qualche imprecisione.


Preparazione del contributo

    Una importante annotazione riguarda la impossibilità da parte mia di utilizzare le figure o la grafica che troviamo negli studi, negli atlanti, nelle voci delle enciclopedie, ecc, che trattano questi argomenti; sono tutte immagini coperte dai diritti d'autore, e pertanto fuori dai 30 € annuali che posso investire in un “sito” sul web: (di cui questa è una elaborazione aggiornata, v. http://www.minguz.eu/www.minguz.eu/Pangea.html ); sono tutte immagini facilmente consultabili da chiunque in qualunque biblioteca o su internet, con particolare riferimento a “Wikipedia”.
    Quindi proporrò solo lo schema che segue (pag 6) ed i successivi ingrandimenti (pag 7, da C1 a C5).  Essi servono affinché sia assolutamente chiaro a tutti di che “cosa si tratta” quando si parla della “crosta terrestre”, delle placche continentali (ex Pangea), dei loro movimenti, del loro galleggiamento, e delle crosticine basaltiche sub oceaniche.

    Desidero far ben emergere che parliamo “solo di una sottilissima pellicola” che avvolge completamente il magma rovente del nostro pianeta. Pellicola di spessore appena variabile, da zero, nei punti di contatto del magma del mantello superiore con l’acqua degli oceani, a 30-40 Km sotto i continenti, fino a un massimo di circa 75 Km in coincidenza con le più alte montagne sulle placche. Cioè da zero a circa lo 0,7% del raggio terrestre!! (Più o meno lo spessore del guscio di un uovo di tacchino rapportata a un pallone da pallacanestro).


FIGURA DI BASE


Ingrandimenti in scala 1:1.000.000 dei punti C1, C2, C3, C4, C5 della figura precedente

Questi schemi sono inclinati circa come appaiono nella fig. precedente
In questa scala il pelo dell’acqua ha un raggio di curvatura di circa 6,5 m, praticamente non rilevabile.



Foto da
satellite

Scala
(circa)
1:2.000.000








CONTRIBUTO

Inizio con l’elenco delle
IPOTESI e delle "CERTEZZE" largamente accettate o accettabili

RELATIVE A TUTTO IL GLOBO NEL SUO COMPLESSO
    (Trascuro le ipotesi sull'origine della materia che ha partecipato alla formazione del nostro pianeta; incomincio richiamando solo alcune condizioni "terminali").
    Parto dal momento nel quale si può parlare di un agglomerato di materia incandescente (più gas di contorno) fluida, in aggregazione specialmente per effetto delle proprie forze di gravità:
Materia che, nel tempo, si è collocata e stabilizzata a diverse distanze dal centro di aggregazione, in funzione/combinazione dei relativi pesi, densità, temperature, pressioni, ecc;
-	con le parti più leggere destinate a disporsi verso la superficie;
-	dove è ipotizzabile un maggiore raffreddamento per irraggiamento;
-	assumendo nel contempo una forma sferoide se non è in rotazione;
-	oppure assumendo una forma ad ellissoide se ruota velocemente, in quanto il globo che si forma è ancora relativamente plastico ed è soggetto a forze centrifughe molto variabili a partire dall'equatore, dove sono più forti, fino a zero sui poli di rotazione.
Forze centrifughe che contrastano quindi in modo non omogeneo quelle di gravità, che invece sono distribuite più regolarmente; le cui risultanti sono condizionate da raggio di rotazione/peso/gravità/forza centrifuga, dando così un equilibrio altrettanto non omogeneo anche a tutte le diverse masse, interne o di superficie, che compongono la materia stessa.
Ipotizzabili quindi anche dei movimenti convettivi di assestamento, che ovviamente, sempre col trascorrere del tempo, debbono tendere comunque a diminuire e stabilizzarsi.
    All'esterno troviamo la parte del magma fuso più leggero, in progressivo raffreddamento.
Si può introdurre un concetto di "geoide magmatico" precedente alla presenza del Pangea.

RELATIVE AL SOLO PANGEA
    (Accantono, per ora, la poco studiata “ipotesi di crostoni di rocce fredde preesistenti, galleggianti sul magma, che si sono “aggregati" e/o “riaggregati” in un’area ristretta del geoide magmatico, dal momento che nessun autore a mia conoscenza ha indicato il processo in base al quale si sarebbero prodotti).
    Considero invece un’apparizione "improvvisa" di materia non più fusa:
- una “sottile crosta solida e fredda", molto superficiale, (una sorta di ampia "frittella");
-	di spessore mediamente molto limitato, solo meno del 1 % circa del raggio del geoide;
-	ben localizzata e circoscritta su di un’area pur ampia ma limitata del globo magmatico;
-	di massa non omogenea; una parte più rigida e pesante, per lo più concentrata nella zona centrale dell'area coperta; una parte periferica più leggera, più galleggiante;
-	senza particolari rilievi (rilevabili solo in seguito, a causa di frazionamenti e migrazioni);
-	area originale circa il 35% della superficie complessiva del globo (attuali terre emerse dall'acqua ~29%) (non dispongo della superficie complessiva delle sole placche continentali attuali);
-	comunque più ampia della somma attuale delle continentali, perché queste sono in parte "raggrinzite" dal loro scorrimento sul magma; (mentre le parti "spinte" sotto le placche continentali sono in prevalenza solo "crosticine" di fondo oceano che vanno a rifondersi nel magma);
-	complessivamente non compatta, non rigida e relativamente molto flessibile;
-	composta di rocce di densità e peso molto variabili (media inferiore ai graniti);
-	rocce molto "elaborate" (di oltre 4000 milioni di anni), non dovute a rapido raffreddamento di magma (forse composta anche da rocce già sedimentarie??);
-	adagiata, in galleggiamento, su di un settore di superficie sferica di magma fluido, quindi più leggera del materiale sul quale appoggia;
-	disposta prevalentemente nell’emisfero Nord del geoide;
-	parzialmente coperta e completamente circondata da una grandissima quantità di acqua ricoprente la rimanente superficie del geoide;
-	quindi in parte giacente sotto il pelo acqua, (dimensione non stimata, ma minore della parte sporgente);
-	il tutto avvolto da un “sottile” spessore di gas, (ora “aria”, in origine molto più complesso) sporgente dalla “sfera di livello mare” di circa l’1,5% del raggio del geoide.

RELATIVE ALL’AREA DEL GEOIDE NON RICOPERTO DAL PANGEA
    Altrettanto improvvisa apparizione di acqua:
-	in quantità enorme, un volume complessivo molto maggiore del volume di tutto il Pangea;
-	comunque non sufficiente a ricoprirne la parte sporgente in galleggiamento sul magma;
-	di spessore odierno circa 0,7% del raggio del geoide;
-	acqua che si distribuisce regolarmente sulla parte restante del "geoide magmatico"; se fosse stata in quantità doppia avrebbe ricoperto anche tutto il Pangea (e allora addio alla “vita” extra-marina);
-	responsabile del brusco raffreddamento di tutta la rimanente superficie del globo non coperta dal Pangea;
-	che provoca una rapida solidificazione di una pellicola di magma (rocce effusive sotto l'acqua)
-	con la formazione di "crosticine" da raffreddamento (età da zero a “solo” circa150÷200 milioni di anni) che presentano delle crepe "organizzate", causate dal raffreddamento molto rapido, fenomeno che tutt’ora continua. (Quindi, 200 milioni di anni fa è apparsa l’acqua)

    Più un residuo di gas (azoto, ossigeno, vapor d’acqua, anidride carbonica, ecc) che anch’esso si adagia e si distribuisce come una pellicola su tutto il globo.



PROPOSTA di MODIFICHE delle IPOTESI
attualmente accreditate nel mondo scientifico

Gruppo di IPOTESI n° 1
    Proviamo a considerare la "crosta Pangea”, più l’acqua, più il gas come NON PROVENIENTI DALL’INTERNO DEL MAGMA IN RAFFREDDAMENTO, bensì come l'esito di un impatto di un ASTEROIDE proveniente dallo spazio; (v. la “Teoria dell’impatto gigante” e connessi, che io adotto in parte) prendendo in considerazione però specialmente le tracce che l’impatto avrebbe potuto lasciare sul geoide magmatico.

Per quanto riguarda le caratteristiche dell’asteroide direi:
-	proveniente da una direzione non precisamente diretta al centro del geoide magmatico;
-	da una direzione non disposta sul piano equatoriale attuale del geoide;
-	più probabile una direzione disposta sul piano dell’eclittica; (su Wiki viene proposto un ex satellite del Sole (?), che però avrebbe dovuto essere tutto già freddo (!?) 
-	che ha prodotto un impatto “tangenziale”, (rarissimi anche ora i meteoriti che giungono perfettamente verticali al suolo, dato in particolare anche le velocità di spostamento dello stesso);
-	con bassa velocità “relativa a quella del     nostro geoide, e angolo di incidenza "appropriati";
-	solitario? compatto? di forma? con o senza acqua e gas al seguito?
-	di volume, peso, densità media, massa, composizione, ecc uguale alla somma di Luna + placche continentali+acqua+gas (complessivamente ben inferiore al granito);
-	potrebbe anche non aver "toccato” molto, ma solo "appena sfiorato";
-	subendo solo uno "strappo" di una parte più periferica o più leggera, rimasta aderente al geoide, “senza” penetrarvi all’interno (rocce leggere, acqua, gas)
-	lasciando sulla superfice del globo ancora caldo una “crosta” dal contorno e forma iniziale NON rotondeggiante, ma frastagliato, che richiama un'ampia "U" irregolare (a conferma di un impatto non perpendicolare).
-	con il “rimbalzo” verso lo spazio della sua parte maggiore, delle sue parti più interne o non sporgenti, ad una velocità che comunque le consente di rimanere vincolata in orbita terrestre;
-	lasciando in volo, nei paraggi, quale residuo, anche una "coda" o "nuvola" di asteroidi/meteoriti successivamente poi “ricatturati” da entrambi i corpi (dalla Luna, in prevalenza sulla “faccia” rivolta verso la Terra, su quest’ultima in un modo da studiare e dettagliare con accuratezza);
    A causa della spinta tangenziale ricevuta, il globo terrestre potrebbe avere modificato la sua velocità e il suo asse di rotazione, accelerando (?) o probabilmente frenando (?) vista la lentissima velocità di rivoluzione del residuo rimasto in volo, cioè della Luna.
    La probabilità che il percorso di avvicinamento dell’asteroide fosse sul piano dell’eclittica della terra e che si trattasse quindi di un planetoide solare contrasta con parecchie caratteristiche della stessa Luna. Ad es. Il fatto che la parte depositata, l’acqua, il gas, e la Luna stessa fossero già molto più freddi della superficie magmatica che hanno impattato; e poi, in ulteriore ipotesi, si potrebbe anche pensare che il nostro globo potrebbe aver prima "catturato" l’acqua e i gas (cometa) e successivamente il Pangea; o viceversa aver ricevuto prima il Pangea ed immediatamente dopo l’acqua. Dato però la “quantità” di acqua, ed i fenomeni avvenuti sul globo poco dopo l’impatto (v. raffreddamento rapido del magma “rimasto scoperto dal Pangea”) sembrerebbero poco probabili entrambe; quindi per ora sposo l’arrivo di tutto contemporaneamente.
    Quindi un impatto non violentissimo, ma una “toccata e fuga”


            GLOBO ORIGINALE                    IPOTESI INTERMEDIA           PROBAB FORMA ORIGINALE       ESITO FINALE dell’IMPATTO
solo magma in raffreddamento.  “se” acqua prima di Pangea       (deformata dalla proiezione)     visto dopo i primi movimenti 

    

Gruppo di IPOTESI n° 2
    Di conseguenza proviamo a considerare ora la Luna come il "principale residuo" dell'impatto/rimbalzo, che avrebbe conservato o trascinato con sé la maggior parte, la più densa, dell'asteroide in arrivo:
-	la densità media infatti è 3.34, la Terra 5.52, il marmo ~ 2.5, le placche meno di 2, l’acqua 1;
-	le sue rocce, almeno quelle raccolte sino ad ora in superficie, sono "simili” a quelle Pangea;
-	se fosse stata "catturata" in orbita provenendo direttamente dallo spazio, senza contatto, probabilmente la sua rivoluzione avrebbe dovuto essere più ellittica;
-	la sua rivoluzione, quasi circolare, rispetto al cento della terra induce a favorire l’ipotesi di una “frenata”, cioè del contatto.
-	Lo stesso vale per il punto di "centro delle masse" Terra-Luna che si colloca a circa 4500 Km dal centro terrestre, quindi al suo interno e, come ovvio, in continuo movimento rotatorio;
-	Il fatto che la Luna ci mostri sempre la stessa faccia testimonia poi almeno altre due cose:
-	La prima, che al suo interno, ovvero anche poco sotto la sua superficie, non sia omogenea, bensì con delle masse "eccentriche" rispetto al suo centro di rotazione, almeno dal punto di vista della gravità;
-	La seconda che qualunque rotazione essa potesse avere al momento della sua "cattura in orbita", le sue parti eccentriche, più soggette all'attrazione terrestre ne hanno prodotto il rallentamento, sino a "stabilizzarne” la rotazione nell'attuale ritmo.
    Per quanto riguarda i “cosiddetti” crateri lunari, è facile dire che non hanno nulla del “cratere”! Sono solo le “impronte” degli impatti dei meteoriti o asteroidi che hanno colpito il nostro satellite in una certa fase del consolidamento della sua superficie. (Riprendo il tema più avanti) (v. anche le “mie foto” della superficie lunare) (Anticipo solo che assomigliano moltissimo alle impronte “rotondeggianti con una montagnetta verso il centro”, che si formano quando si gettano dei sassolini negli specchi di fango di certi ambienti dove l’acqua ha stagnato e dopo qualche giorno si essiccano conservando perfettamente “l’immagine” degli impatti).

Richiamo le principali condizioni nelle quali si potrebbe ipotizzare il geoide sulla base di questi due primi gruppi di ipotesi prima dell’inizio della migrazione delle placche continentali:
-	certamente un ellissoide, perché in rotazione, ma con un “bitorzolino”;
-	con la sua pellicola esterna quindi non più totalmente "in equilibrio", ma "sbilanciata", o deformata, almeno nelle aree ricoperte dal Pangea, relativamente a gravità/pesi, velocità di rotazione, forza centrifuga, distanza dal centro terrestre, ecc;
-	con le sporgenze degli eventuali rilievi che hanno una velocità tangenziale più alta delle loro radici profonde (data la velocità tangenziale all'equatore, qualunque "sporgenza" superiore ad una certa quota potrebbe essere stata "sparata" nello spazio).

    "Ovvio" che tutto quanto riguarda le rocce che compongono le placche continentali, la loro età, la loro consistenza, ecc e le "elaborazioni teoriche" relative a prima dell'apparizione del supercontinente, sono da tenere in sospeso, se non da accantonare, in quanto il tutto è dovuto a fenomeni accaduti "altrove": cioè sul "vecchio" originale asteroide che si è "spiccicato" (in parte) sul nostro "giovane" globo di magma in raffreddamento. Naturalmente salvo la “giacitura” e tutto quanto riguarda “il seguito”: Erosioni, sedimentazioni, corrugamenti, ecc.


LE MIGRAZIONI
ed i MOTORI del MOVIMENTO delle PLACCHE CONTINENTALI

    Premetto alcune fondamentali condizioni da tenere sempre presenti nel corso di questa lettura:
a) Che ragioniamo di un blando ellissoide, in rotazione come un giroscopio, "sospeso" nel vuoto dello spazio,
-	in veloce traslazione su di un percorso ellittico dai fuochi molto distanti tra di loro, uno dei quali occupato dall'astro che lo vincola (Sole),
-	la cui materia che lo compone è trattenuta in modo “stratificato”, in posizione di equilibrio tra forze di gravità e centrifughe, certamente fluida verso l’esterno (forse ancora in “parziale” assestamento verticale dipendente dal tempo trascorso a compattarsi),
-	che produce/emana intorno a se un campo magnetico, molto articolato, asimmetrico, condizionato dalla sue velocità di rotazione e dall’orientamento del suo asse di rotazione;
-	che molti dei fenomeni cui è sottoposto non sono percepibili dai sensi dell'uomo, ma solo a livello strumentale;
-	che vincola a sé un grosso satellite, non geostazionario e dotato di basse velocità di rotazione e rivoluzione proprie, assolutamente molto lente rispetto a quelle della Terra.
b) Memorizzare le nette "diverse età" del "crostone Pangea" rispetto alle "crosticine" formatesi nel fondo degli oceani dopo l’arrivo dell’acqua.
c) Eliminare dalla mente le immagini, da chiunque proposte, alterando per esigenze grafiche le "scale" verticali degli spessori e delle profondità da quelle “orizzontali” delle distanze.
d) Sforzarsi di "rappresentare" qualunque fenomeno o situazione, ipotetica o non, assolutamente in una sola scala, sia delle distanze che delle profondità (sostengo che la diversità delle scale di rappresentazione potrebbero provocare una valutazione non completamente corretta dei fenomeni). Se necessario, fare riferimento alle fig. di pag. 6 e pag. 7  (C1, C2, C3, C4, C5).
d) Non dimenticare mai che i fenomeni di cui parleremo sono sempre dinamici.

I "MOTORI" del movimento delle placche

    Partiamo con la "frastagliata crosta Pangea", molto "sottile"rispetto al globo su cui appoggia, senza particolari “prominenze”, di composizione non omogenea in termini di densità e pesi, giacente in galleggiamento su di una superficie "caldissima e fluida" (lubrificata), variamente immersa ma appena "radicata" nel magma, pertanto in una situazione di equilibrio molto instabile, rispetto a qualunque forza che possa agire su di lei.

IPOTESI N° 3
    Proviamo a considerare che la diversa migrazione delle singole parti del Pangea sia dovuta ad un'azione concomitante di “molteplici” forze che interagiscono; ciascuna delle quali produca dei micromovimenti che sfuggono alla diretta osservazione dei nostri sensi, ma individuabili ed in parte misurabili singolarmente attraverso moderne tecnologie.
    Diventa anche logico pensare che a parità di forze applicate, a fronte di diversa consistenza e diverso "radicamento" nel magma delle masse alle quali si applica la loro risultante, nascano differenti effetti su ciascun elemento delle varie ripartizioni e perciò una loro diverse possibilità di movimento-scorrimento-migrazione.
    Analizziamo, singolarmente ed indipendentemente l’una dall’altra, sia pure con qualche riferimento reciproco, le "forze comunque presenti”, ora ed in origine; quindi ogni "possibile" motore di spinta. Ne considererò una decina.

1)	Primo motore: Le forze derivanti dall’effetto giroscopico.
    È ragionevole pensare che delle masse “galleggianti”, non vincolate, non equamente distribuite sulla superficie di un enorme giroscopio, già solo per effetto delle forze reiative (v. conservazione del momento angolare; precessione; nutazione; ecc.) non tendano a distribuirsi in modo equilibrato su tutta la superficie, anche in presenza di altri “motori” che dovessero collaborare.
    A titolo di esempio le forze centrifughe (al plurale) che si traducono in:
-	diverse velocità tangenziali di tutta la crosta terrestre in funzione della distanza dall'asse di rotazione;
-	velocità che quindi variano da 1667 km/h all'equatore (più del suono), fino a 0 (zero) K/h in coincidenza con i poli di rotazione;
-	allontanandoci dall'equatore verso i poli le forze centrifughe rimangono sempre normali all'asse di rotazione e in graduale diminuzione verso i poli; mentre le forze di gravità rimangono sempre dirette verso il centro del globo (v. Secondo motore).
    Cerchiamo di considerare e mettere in conto i possibili effetti delle diverse velocità sui numerosi "ritagli" di placche in galleggiamento, che, dicevamo, sono di differenti pesi/masse, spessori, sporgenze, elasticità, ecc. (es: la placca Antartide, da quando è nell’attuale posizione praticamente ruota su se stessa e la forza di gravità esercitata su di essa è poco contrastata dalla forza centrifuga, mentre in diversa condizione si trovava durante tutta la fase di “scivolamento” dalla sua posizione di origine (v. più avanti). Per qualunque altra placca "posizionata nei pressi dell'equatore" la gravità e la forza centrifuga hanno sempre agito ed agiscono tutt’ora, circa in opposizione l'una all'altra, salvo le variazioni derivate dai motori successivi.

2) Secondo Motore: Le forze gravitazionali.
    Ormai è chiaro a tutti che non sono identiche su tutti i luoghi del globo, ma "differenziate" e continuamente influenzate dalle maree:
-	la distanza dei singoli punti della crosta fredda dal centro della terra è in diminuzione dall'equatore verso i poli, perciò, in generale le forze di gravità sono più intense verso i poli (e poco contrastate dalle forze centrifughe);
-	andando dall'equatore ai poli si va in discesa (~ 21,4 Km su ~20.000 Km, = 0,1%, = 1m/Km) (l'Antartide è più vicina al centro della terra dl qualunque zona dell'equatore);
-	dal punto di vista gravitazionale il globo è "tutto buche e bitorzoli" (aspetto ben noto ai "gravimetrici", ben confermato dai rilievi satellitari e fortemente critico per la guida dei missili intercontinentali; tant'è che, nei dettagli, è ancora un vero segreto militare)
    L'ipotesi che l'Antartide sia migrata nella sua attuale posizione alla ricerca di una collocazione in equilibrio gravitazionale/centrifugo/mareale, (come l'ammasso dei ghiacci galleggianti sull'acqua al polo N) è molto plausibile, ma ovviamente da approfondire, sperimentando e lavorando sui giroscopi.

3) Terzo motore: Le "maree crostali" e IPOTESI n° 4
    Come l'enorme massa d'acqua dei mari si alza e si abbassa (anche di oltre 19 m in certi punti) al variare delle forze gravitazionali dovute ai "passaggi" del satellite (Luna) e dell'astro (Sole), così accade anche alla massa magmatica ellissoidica, deformabile perché fusa; specialmente alla sua parte esterna ed in particolare alle sue "croste fredde" galleggianti: il fenomeno delle "maree crostali".
    Ovviamente è tutta una questione di quantità (cm), di localizzazioni (non in modo regolare su tutta la superficie terrestre) e di possibilità di misurare il fenomeno.
    La continua traslazione, il “movimento”, dell'onda di marea crostale è ed è sempre stato:
-	giornalmente ripetitivo e con una sua variabile ritmicità;
-	in direzione contraria al senso di rotazione terrestre;
-	prevalente lungo i piani di rivoluzione della Luna;
-	composto e alterato (sfasato) dal medesimo fenomeno, più ridotto, relativo al Sole;
-	influenzato da molti altri parametri: dall’angolo dei piani di rivoluzione di Luna e Sole rispetto all'asse di rotazione terrestre; dalle continue variazioni o escursioni di tali angoli a ritmo mensile (Luna) o annuale (Sole); dalle coincidenze o meno dei "passaggi" di Luna e Sole, quando le loro posizioni si dispongono in asse col centro della Terra (eclissi) il fenomeno della marea crostale diventa massimo in direzione di Luna e Sole, in graduale diminuzione verso tutte le altre direzioni dei raggi terrestri. Considerando solo l’aspetto gravitazionale, l’effetto dovrebbe essere “minimo” dalla parte opposta di Luna e Sole, ma interviene la forza centrifuga che appunto essendo meno contrastata dalla diminuzione di gravità, “recupera effetto” e produce una “contromarea” (v. L’ottima spiegazione presente su http://it.wikipedia.org/wiki/Marea);
-	ma, specialmente, il fenomeno “maree crostali” non è identico su tutta la superficie terrestre; sui poli di un ipotetico asse perpendicolare alla combinazione dei piani di rotazione lunare e solare, in teoria NON dovrebbe nemmeno esistere;
    Non trovo migliore immagine che pensare a due larghi e bassi (dell’ordine dei centimetri per le placche e di metri per gli oceani) rigonfiamenti irregolari, che si spostano continuamente sulla crosta terrestre, in direzione inversa al senso di rotazione, con un giro quasi completo ogni giorno. Due vere e proprie "onde". (Da un lato, con buona pace per chi pensa di vivere “su solida terra”, e dall’altro con grande apprensione per chi studia i terremoti).
    Se immaginiamo un grafico dell'andamento delle risultanti nell'arco di 24 h, applicate ad una porzione di placca nel suo punto di maggiore movimento, è intuitivo pensare ad una forma ellissoidica, molto schiacciata verso l'interno del geoide, che solo a prima vista può sembrare a sommatoria zero (ovvero che ogni punto del suolo, dopo il passaggio dell'onda, ritorni e rimanga sempre esattamente nella stessa precisa posizione spaziale di partenza).
    Nelle mie ipotesi invece, propongo diverse motivazioni per dire che al contrario esiste una continua presenza di una risultante, che contribuisce “fortemente” ad un micro-movimento, continuo e giornaliero, della placche.
    Notare ad es: che le maree dell'oceano Atlantico sono più alte sulle coste canadesi rispetto alle coste francesi; che c'è tutta la questione delle maree "siziali" e quelle "di quadratura"; che sembra intuitivamente scontato come un fenomeno ondulatorio, a scorrimento continuo, che avviene su di una massa in veloce rotazione, sempre diretto in un'unica direzione, si risolva in una micro risultante ad ogni passaggio dell'onda, e che questa risultante si differenzi da punto a punto a causa delle diverse densità crostali e delle forze centrifughe e gravitazionali applicate.
    Diviene altrettanto intuitivo che queste risultanti, applicate sulle diverse croste, galleggianti su di un supporto liquido e quindi ben “lubrificato”, si possono concretizzare in un micro trascinamento. Se ciò fosse, questo solo fenomeno potrebbe essere uno dei, se non il, principale motore di migrazione e spiegherebbe anche molte delle principali direzioni di migrazione delle placche.

IPOTESI n° 5
Introduco a questo punto un'ulteriore ipotesi che potrebbe avere una forte valenza:
5a) Accettato una sorta di "scorrimento continuo" di gran parte della sottile massa crostale fredda, nelle direzioni delle onde di marea (grossomodo contrarie al senso di rotazione del geoide) dovuto ad un trascinamento tangenziale giornaliero "risultante" delle forze che producono l'onda, tutte le singole parti della crosta fredda si sposterebbero con leggere differenti velocità e con leggere diverse direzioni. Nascerebbe un concetto di scorrimento differenziato, “ad inseguimento!”.
5b) Ne consegue che le placche continentali e le crosticine di fondo mare si allontanano o si compenetrano semplicemente grazie alle diverse velocità relative di migrazione.
Alcuni riferimenti:
-	le placche Americhe, leggere, poco radicate, viaggiano più veloci dell'Africa-Europa-Asia, continuando ad allargare la fessura di centro Atlantico; raschiando il fondo ed increspandosi contro le crosticine di raffreddamento del Pacifico ad Ovest (v. le cordigliere), ma senza increspature ad Est, in Africa, dove invece troviamo una grande faglia N-S
-	l'Asia del Sud con l’Himalaya, ben radicata grazie al suo peso, viaggia meno veloce del complesso delle fessure di raffreddamento del Pacifico, che così sono spinte ad inserirsi sotto di essa (v. la sequenza delle fosse del Pacifico);
-	mentre l’Asia del Nord, più leggera dell’Europa del Nord, si “arriccia” sugli Urali;
-	per l'Antartide, al di fuori dei maggiori effetti delle maree, avrebbero prevalso le risultanti delle forze giroscopiche disponendola in una posizione di migliore equilibrio rispetto alle forze centrifughe. (v. la figura di pag successiva)
    Ovvio che, nei “punti di allontanamento” delle placche continentali, si producano delle crepe che mettono in contatto il magma sottostante con l'acqua; esso quindi si raffredda e si raggruma aggregandosi di preferenza su altro magma già freddo, costituendo così le note catene e fessure di raffreddamento. (Producendo inoltre grandi quantità di vapor d’acqua e di conseguenza alzando la temperatura del mare interessato).
    Alcune altre annotazioni riguardano le "crosticine" che si sono formate sotto l'acqua degli oceani, ed in particolare le differenze straordinarie emergenti dall'osservazione dell’allineamento delle "crepe di raffreddamento". Ad es. tra quelle atlantiche, quelle del Pacifico e quelle "intorno" all'Antartide:
-	le atlantiche sono chiaramente nate dopo che le placche si sono allontanate tra loro e “tracciano” il percorso delle placche Americhe;
-	quelle del Pacifico, relative ad una superficie enormemente più ampia, sono apparentemente molto più casuali, e nate semplicemente dal solo raffreddamento rapido del geoide magmatico, senza che nulla sia "passato" dove esse ora si trovano;
-	le “antartiche” (v. fig. che segue) hanno, in parte, uno “straordinario” orientamento a raggiera attorno alla placca continentale; tale raggiera lascia presumere con molta attendibilità che: Antartide sia ormai quasi ferma in quanto a traslazione, perché dispostasi sul polo di rotazione e nel punto più vicino possibile al centro della terra (semmai continua a ruotare su se stessa);
-	che le crepe si siano formate mentre complessivamente ruotavano intorno alla stessa Atlantide, ruotando sempre più velocemente mano a mano che ci si allontana dalla placca ed in direzione contraria al senso di rotazione del geoide magmatico. (Da non trascurare la “frustata” della parte sud della placca Sudamerica.

ATTENZIONE: l’immagine è deformata dalla proiezione sul piano
Freccia verde senso di rotazione delle Terra;
Frecce rosse senso di trascinamento della marea crostale
 
 

   Molte e diverse altre considerazioni si possono chiamare in campo osservando nei dettagli gli "andamenti" delle crepe di raffreddamento come "indicatori" dei movimenti delle placche continentali. Suggerisco però di studiarle su di un mappamondo e non su deformatissime carte, in qualunque "proiezione" si voglia.



4) Quarto motore: I moti convettivi del magma
    Dato quanto ho espresso sull'onda di marea crostale, sospendo, o riduco fortemente, l'ipotesi di attribuire la migrazione delle placche ai "moti convettivi del magma", a meno di effetti molto localmente ristretti. Allo scopo propongo di analizzare a volo d’uccello tutto il sistema crostale osservando un qualsiasi mappamondo che riporti l’andamento del fondo degli oceani e ipotizzando numerose sezioni in scala “equilibrata” (come da esempio nella prima figura):
-	considerare la dimensione di tutto il “distacco atlantico” delle placche, la sua distribuzione da N a S, le sua ampiezza E-W; enorme lungo la circonferenza di massimo effetto delle maree e rastremata verso i poli "quasi a richiamare" la variazione delle velocità angolari della superficie dell'ellissoide ed ancor più il massimo effetto delle maree!
-	meditare su quale (?) movimento magmatico "a scorrimento superficiale" molto forte all'equatore e praticamente inesistente ai poli, potrebbe scorrere dal centro verso Ovest e sotto le placche "Americhe" e dal centro verso Est (ma non sotto) le placche "Africa/Europa", per ottenere di "allontanarle in direzioni opposte", provocando, come già detto, un vistoso e sistematico increspamento all'estremo Ovest delle Americhe (cordigliere) e nessun increspamento, ne vistoso, ne sistematico nell'Est Africa, ma anzi una lunghissima faglia N-S (!?)

    Già i primi 3 “motori”, che considero i maggiori, lavorando contemporaneamente, ci complicano la possibilità di determinare, anche solo intuitivamente, i percorsi delle singole parti delle placche, ma esistono diverse altre "forze minori", che potrebbero avere il loro peso.

5) Quinto motore: Le “nutazioni” nell'orientamento dell'asse di rotazione terrestre:
-	causate dal cono di processione del nostro globo (strettamente connesse col primo motore);
-	ma causate anche dallo spostamento dei pesi tangenziali e dal loro incremento casuale;
-	in "vibrazione" ritmica giornaliera per effetto delle maree (acqua e crosta).
    All'inizio, con le placche "raggruppate" nel Pangea, ruotando quindi con un peso "da una sola parte", anche l'asse di rotazione doveva essere trascinato in una "escursione rotante giornaliera", descrivente un conoide, maggiore di quello odierno (v. in azione una qualunque trottola e v. il movimento dell'asse del giroscopio influenzato da una differenza di peso nei componenti della superficie periferica).

6) Sesto motore: Le (piccole?) variazioni locali provocate da “apporti provenienti dallo spazio”.
    Assumo che, dopo il consolidamento della Luna sulla sua orbita, e del Pangea/acqua/gas sul geoide, abbiano continuato a “piovere”, a lungo, su entrambi, un nugolo di meteoriti grandi e piccoli, i cui impatti sono perfettamente identificabili sulla Luna, e “mascherati”, anche se non del tutto, sulla Terra da fenomeni successivi quali erosioni, sedimentazioni, migrazioni, ecc). Comunque modifiche locali sono avvenute:
-	nell’incremento della massa della sua crosticina, dovuta a quanto piovuto dallo spazio (e che in parte minima continua a piovere);
-	nella velocità di rotazione dell'ellissoide, dovuta alle spinte tangenziali prodotte da corpi provenienti da direzioni tangenziali. Un corpo "sospeso" nello spazio modifica tutti i suoi parametri quando colpito da una qualunque forza, ovviamente anche se minima rispetto alla sua massa;
-	nelle configurazioni esterne locali della crosta causate dagli apporti di materia meteoritica, ad es. crateri isolati, sulle placche ed in mare, dovuti a penetrazioni profonde sino al magma (vulcani); nonché sconvolgimenti locali del fondo marino prodotti da macrometeoriti penetranti v. Islanda o Hawaii ecc, non mascherati dalle erosioni, o “Incisioni” superficiali dovute ad impatti non completamente penetranti, con spargimenti circostanti di roccia, v. molti "spruzzi" di isole o montagnette in tutte le parti del geoide; grosso modo tutte le forme stranamente arrotondate di particolari aree delle placche, di certe coste marittime o lacustri, ecc, o altre incisioni superficiali dovute ad impatti molto tangenziali (come le piastrine sull'acqua), con rimbalzo nello spazio del meteorite, o con una ricaduta dello stesso in punti più lontani (v. ad es. il deserto Taclimakan combinato con l’Islanda, o il Golfo del Messico con le Hawaii, e tutte le vallate con catene di montagne di forma arrotondata a contorno).

   
2 simulazioni                                                                                                                                FOTO REALE (nasa)

7) Settimo motore: Le variazioni della posizione dei poli magnetici sulla superficie dell'ellissoide. Rilevate da indagini sull'orientamento dei cristalli nelle rocce, da correlare con il movimento presunto delle placche:
-	indicati quasi sempre fuori dall'asse di rotazione terrestre attuale;
-	funzione dell'assestamento "terminale" delle grandi masse profonde interne all'ellissoide??;
-	ma anche degli "apporti continui" di materia;
-	e/o delle variazioni di direzione dell'asse di rotazione terrestre (?)
(con la possibile "inversione" di certe deduzioni se si considerano le placche ferma e i poli in movimento, oppure viceversa le placche in movimento ed i poli fermi).
8)	Ottavo motore: Gli attriti e movimenti delle correnti marine (molto costanti ed insistenti) contro le placche continentali galleggianti sul magma ed i "ritorni" delle stesse maree.
9)	Nono motore: Gli attriti e movimenti dell'atmosfera, complicati dai fenomeni elettrici, (tifoni, rotazioni e spostamenti stagionali di grandi masse d'aria ecc).
10)	Decimo Motore: Una componente inerziale in ciascuno dei movimenti fin qui descritti, da non trascurare.


 Da “Wikipedia”
(Doppio clic sulla figura parte l’animazione)


La sintesi conclusiva di quanto esposto potrebbe confermare che:

L'AZIONE CONCOMITANTE DI TUTTE LE FORZE DESCRITTE, LE LORO VARIAZIONI, LA PREVALENZA DELL'UNA O DELL'ALTRA, IL LORO EFFETTO NEL TEMPO, POSSONO AVER PRODOTTO DELLE "RISULTANTI" CHE, APPLICATE ALLE SINGOLE PLACCHE O PARTI DI ESSE, NE HANNO CAUSATO I LORO "SCIVOLAMENTI" DIFFERENZIATI.

CONCLUSIONE "PROVVISORIA"

    Alla luce di quanto ho esposto, la mia convinzione attuale "provvisoria" è che noi, omini, piccoli piccoli, ci agitiamo su delle sottilissime crosticine, in continuo movimento su di un grossissimo corpo di forma blandamente ellittica; "gravimetricamente bitorzoluto"; butterato da innumerevoli tracce di impatti-depositi-iniezioni di meteoriti e asteroidi, comete o code di comete; impatti di dimensione, massa, densità, velocità, angolo d'impatto o di sfioramento da determinare; con, nei paraggi, un grosso satellite, residuo di un più grosso asteroide, a suo tempo composto dalla Luna più il nostro Pangea più tutti gli asteroidi che la Terra e la Luna hanno ricevuto e digerito da allora; asteroidi che, in parte hanno impattato tangenzialmente il nostro geoide e che comunque hanno lasciato vistose tracce, in gran parte ancora da identificare.

UN COMMENTO FINALE
     Sono conscio che, per poter fare uno studio adeguato e complessivo di tutta questa materia, o quantomeno per avere maggiore chiarezza sugli effetti di tutte le singole forze in campo, sarebbe necessario l'intervento mirato di una o più organizzazioni scientifiche, con i finanziamenti necessari alle numerosissime misurazioni ed agli indispensabili studi di coordinamento e sintesi.
    In particolare, la prima cosa di cui bisogna essere certi risiede nella possibilità di avere a disposizione delle tecniche di misurazione realmente sicure, e realmente "insensibili" o indipendenti dalle stesse forze che vanno a misurare. (es. i satelliti attrezzati con i gravimetri, che ruotano attorno alla terra, sono essi stessi soggetti a forze centrifughe o gravitazionali complesse, con traiettorie impercettibilmente sinuose ed irregolari; i pur numerosi parametri di cui tengono conto le loro misurazioni, potrebbero non essere sufficienti. Oppure, le tecnologie impiegate per determinare "l'allontanamento" di due continenti in un certo periodo di tempo, potrebbero non essere sufficienti a stabilire se i due sono impegnati ad allontanarsi reciprocamente o impegnati in una corsa ad inseguimento, od eventualmente quanto spazio hanno percorso insieme nella stessa direzione).
    L’uso di giroscopi appositamente condizionati potrebbe essere importante (quelli russi sulla stazione spaziale sono talmente grossi che non si possono riportare a casa!!).

Alcuni interessi immediati per delle equipe dedicate potrebbero essere:

Relativi allaTERRA:
-	Quanti importanti terremoti avvengono in Antartide e dove? o nel nord della Groenlandia?
-	Approfondire la correlazione temporale tra i terremoti importanti e i “passaggi” in verticale di  Luna e Sole.
-	Cercare di capire se le enormi dimensioni e il relativo peso dei dinosauri non siano più compatibili con un ambiente a “minore gravità” di quanta non fosse presente sul nostro globo ai tempi della loro estinzione.
-	 Cercare, identificare e mappare le tracce dello sciame di meteoriti in mare e nei bordi delle placche continentali non soggetti ad erosioni.
-	Idem per gli “impatti” sulla superficie terrestre esposta ai fenomeni atmosferici ed alle erosioni.
-	Cercare di stabilire se lo sciame delle “stelle cadenti di S Lorenzo” sia parte del “residuo”.

Relative alla LUNA:
- Data la sua gravità e la scarsa velocità di rotazione, chiedersi perché su di essa non ci sono montagne altissime quando appunto la sua gravità è bassissima; studiare la sua “plasticità”, v. gli effetti degli impatti sul suo suolo (ampi cerchi ed ellissi deformate a uovo).
-	Inoltre chiedersi e studiare perché la superficie, la crosta, appare così diversa (v. mie foto del modello del “Reader Digest” proposte qui sotto) (nella foto centrale ... “sembra mancare” tutto il Pangea .... abbandonato sulla Terra !!)





















INOLTRE

   - Ho ignorato i “germi della vita” che avrebbero potuto essere già presenti sul Pangea.
   - Ho accantonato i problemi connessi con la guida dei missili intercontinentali.

    e tante altre perplessità …. che rimando.    (v. Pangea 2014 e le nuove foto in finti colori della NASA)

http://www.minguz.eu/www.minguz.eu/Pangea.htmlhttp://it.wikipedia.org/wiki/Mareahttp://it.wikipedia.org/wiki/Mareashapeimage_2_link_0shapeimage_2_link_1shapeimage_2_link_2